Questo sito utilizza i Cookie per rendere i propri servizi semplici e efficienti per l’utenza che visiona le pagine del sito.
Gli utenti che visionano il Sito, vedranno inserite delle quantità minime di informazioni nei dispositivi in uso, che siano computer e periferiche mobili, in piccoli file di testo denominati “cookie” salvati nelle directory utilizzate dal browser web dell’Utente. Maggiori dettagli.

Iscriviti alle Newsletter

Ricevi le notifiche di nuove pubblicazioni rapidamente! Entra nel canale Telegram del Buon Pastore. Usa questo link: https://t.me/joinchat/AAAAAFd8x_OVzEHs20d6lg

NOTA:
Vista la sospensione di tutte le celebrazioni, offriamo, a chi lo desidera, la possibilità di celebrare La Parola in casa con la famiglia. A tal scopo abbiamo preparato una traccia da seguire che è possibile aprire o scaricare dal seguente link: traccia per la celebrazione in famiglia.

Dal libro dell’Èsodo 17, 3-7 (Apri la versione PDF)

In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».
Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».
Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».

Salmo 94

R. La sua voce oggi ascoltate: non indurite il vostro cuore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia. R.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce. R.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:». R.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 1-2.5-8

Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 4, 5-42

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».

 Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

La Parola

La contestazione di Massa e Merìba. Siamo nel tempo difficile del cammino nel deserto; è il tempo che passa fra l'uscita dall'Egitto e l'incontro con Dio nella celebrazione dell'alleanza ai piedi del monte Sinai. In questo tempo il popolo deve capire che è stato liberato; è un tempo di verifica, di assimilazione di questa liberazione.  Qui c'è una anticipazione grandiosa: il Signore non è solo nella santità della sua dimora; il Signore siede anche sulle contestazioni d'Israele, si fa presente anche in mezzo ad un popolo che lo “processa”. Rileggiamo il "Grande Hallel", il Salmo 136, 23: Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi: perché eterna è la sua misericordia; si può tradurre: "nella nostra vergogna... " come "condizione di abbassamento"; nelle nostre bassezze, nelle nostre contraddizioni, si è ricordato di noi.  I rabbini, a questo punto si chiedono: Da dove il Signore si è ricordato e si ricorda di noi? Forse dal trono della sua gloria? Dal trono del giudizio? No, ma entrando nella sua stessa situazione! Di questo episodio abbiamo un interessante commento rabbinico. Es 17, 6: «Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Dicono i rabbini: Dio sta davanti a Mosè sulla roccia, gli ordina di colpire sulla roccia. In realtà è Dio stesso che è colpito, è lui la roccia del suo popolo e l'acqua a Israele arriva direttamente dal Dio che viene colpito. Giovanni ci riferisce che è dal costato trafitto di Cristo che scaturiscono sangue ed acqua. In quell'acqua scaturita dalla roccia, Israele è invitato a vedere Dio che si prende cura del suo popolo e lo guida nel deserto. Gesù è il «Signore» che si prende cura del suo popolo. E Gesù, seduto ai bordi del pozzo, è lì per continuare a donare acqua a chi ha sete. Gesù conduce la donna, pian piano, ad una profonda revisione di vita fino alla personale professione di fede: lei che era partita con un bisogno (prendere acqua) alla fine ha il coraggio di accettare quello che le viene proposto da questo uomo perchè supera infinitamente il suo bisogno. Per questo abbandona la brocca, diventata insufficiente ad accogliere il nuovo bisogno, e corre a celebrare-annunciare quanto le è stato donato. Anche lei, donna e per di più di Samaria, peccatrice (come più tardi il cieco e Lazzaro) può dire: «Nella mia situazione di sete, di bisogno, di peccato il Signore si è ricordato di me: eterno sarà il mio amore per lui».

Medito

  1. Mi lascio catturare dalle domande che la donna di Samaria rivolge a Gesù: «Come tu, essendo giudeo, chiedi da bere a me, donna di Samaria?». (Gv 4, 9). E subito dopo: «Da dove prendi l'acqua vivente, tu che non hai un vaso e il pozzo è profondo?». (Gv 4, 11). Giovanni ha abituato il lettore a vivere di domande. Ne cito solo alcune. Nicodemo chiede a Gesù: «Come può un uomo rinascere quando è vecchio?». (Gv 3, 4) Gesù, di fronte alla moltitudine nel deserto, chiede: «Da dove prenderemo pani perchè mangino costoro?». (Gv 6, 5). In risposta all' «io sono il pane disceso dal cielo» i giudei si chiedono: «Non è il figlio di Giuseppe? Come dice: dal cielo sono disceso?» (Gv 6, 42). E subito dopo: «Come può dare a noi la sua carne da mangiare?». (Gv 6, 52). Quelli che vedono il cieco guarito si chiedono: «Come si aprirono i tuoi occhi?» - (Gv 9, 10). E ancora: «Come può un uomo peccatore fare tali segni?». (Gv 9, 16). E ancora: «Questi è il vostro figlio nato cieco? Come dunque vede adesso? (Gv 9, 19). E i genitori: «Come ora vede non sappiamo». (Gv 9, 21).
  2. Spesso Giovanni sottolinea situazioni “impossibili”, senza via d'uscita, situazioni per le quali sembra non esserci risposta. Gli esegeti chiamano queste situazioni “aporie”, cioè “senza pori”, “senza vie d'uscita”. Sono situazioni che ciascuno di noi, nel tentativo di lasciarsi catturare da Cristo, inevitabilmente vive. Sono situazioni che hanno dentro le nostre domande, i nostri dubbi; non sono il segno che noi non abbiamo fede, sono memoria che la fede vuole sempre condurci “oltre”. Credere, seguire Cristo, allora, è andare oltre i miei dubbi che nascono dalle mie “aporie”; è compiere gesti apparentemente senza senso ma dentro i quali è racchiusa un'adesione, una volontà di sequela. Nella relazione con il Signore, il verbo che qualifica non è “capire” ma “fidarsi”. Molto chiarificatrice la confessione finale dei concittadini della samaritana: «Non più per il tuo dire ci fidiamo; [noi] stessi abbiamo udito e sappiamo (=vediamo fidandoci) che questi…)» (Gv 4, 42).
  3. Giovanni vuole sottolineare con forza che soltanto quando l'uomo matura domande forti, può iniziare un vero cammino di fede. Se io non ho sete, non mi metterò a cercare acqua! Il problema però inizia quando incomincio ad incontrare Cristo: pian piano ti ritrovi in una situazione talmente nuova che devi decidere: o parti, abbandonando il motivo, risultato ormai insufficiente, per cui ti eri messo a cercarlo; oppure, trovando troppo strano e lontano dai tuoi bisogni quello che ti viene proposto, lo rifiuti. Una brocca abbandonata ai bordi di un pozzo continua ad interrogare l’uomo assetato di…

La brocca abbandonata

Al centro del chiostro, sulla sponda del pozzo, da anni fa bella mostra di sé una brocca. Quando mi chiedono cosa significa, racconto della donna di Samaria con Gesù al pozzo di Giacobbe.

Lasciò dunque la sua brocca la donna…Riferisce Giovanni al cap. 4, 28.

La brocca, recipiente di uso domestico in terracotta, serviva alla donna per andare ogni giorno a prendere acqua alla fontana oppure al pozzo. “Andare a prendere acqua con la brocca”, pertanto, significa fare un lavoro ripetitivo, quotidiano, ma anche essenziale per la vita della famiglia: senza acqua si muore!

A questo punto ci può sembrare una nota marginale quella formulata da Giovanni: ma perché, se la funzione della brocca è così fondamentale, la donna l’abbandona?! Invece no, è una nota importantissima: quella brocca è risultata ormai insufficiente ad accogliere l’abbondanza d’acqua che quel Giudeo le sta offrendo.

Il catecumeno di Giovanni sta pian piano scoprendo che l’incontro con Gesù gli sta offrendo un senso, una pienezza inattesa e insperata, al di là di ogni sua aspettativa. Al punto che si rende conto che tutto quanto Lui sta cercando non è paragonabile a quello che Lui gli sta offrendo.

Giovanni con questo suo racconto ci invita a cogliere cosa significa fare un cammino di fede. Tre riflessioni:

  1. La fede nasce dalla “sete”: se io non ho sete, perché bere? Se il mio recipiente è pieno, non posso aggiungere altra acqua: risulterebbe una operazione inutile. Sono le domande forti, serie che contano nella vita. Se non ho domande….
  2. Se ho sete, debbo accettare che qualcun altro mi offra da bere. E qui nasce un problema fondamentale, drammatico: che io sappia discernere tra offerta e offerta, tra acqua e acqua. Giovanni mi invita a fare un discernimento impegnativo, un confronto tra il mio modo di “andare per acqua” e il Suo modo di “offrire acqua”.
  3. L’incontro con Cristo è vero se io cambio prospettiva di vita. Non è sufficiente che Lui mi aiuti a capire che la mia brocca è insufficiente; io debbo essere disposto a cambiare. Forse dietro ai nostri rifiuti, spesso ci sta la non voglia di cambiare.

[Me]RIB[A]

Il primo significato è “turbare”; il sostantivo può indicare lite, controversia giudiziaria. Generalmente la contesa avviene tra singole persone (cfr. Ex. 21,18) o tra più persone da cia­scuna parte. Un caso tipico di quest'ultimo genere so­no i contrasti che riguardano i pascoli e il diritto ai pozzi. Nel nostro brano di Esodo, la lite è considerata esclusivamente da una sola delle parti: qui rìb acquista allora la sfumatura di “accusare, incolpare, imputare, rimproverare”. Si pose fine al­la lite con un patto (vv. 44 ss.). Il popolo incolpò Mosè per non aver provveduto all'acqua (Ex. 17,2); il luogo venne chiamato Massa e Meriba (v. 7), nel racconto parallelo di Num. 20 solo Meriba (Num. 20,13). Probabilmente si tratta della spie­gazione secondaria di un antico toponimo: alla sorgente di Meriba erano soliti radunarsi i pastori nomadi per dirimere le loro «controversie giudiziarie. Una spiegazione del tutto diversa del nome si trova in De ut. 33,8: a Meriba Jhwh ha litigato con Levi mettendolo al­la prova. Anche Gia­cobbe si adirò e cominciò a litigare con Labano (ovvero ad accusarlo, Gen. 31,36).  [G.L.A.T. – Vol.VIII – pag.393-402]

Parrocchia del Buon Pastore, Powered by Joomla! and designed by SiteGround web hosting with Corsol's review. Valid xhtml and valid css